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News from the italian punkrock zine ''Be Nice to Mommy''
Friday, August 08, 2003
PIETRABUMBA
Finalmente ho partecipato al Pietrabumba Rock festival, dopo che per due edizioni avevo dovuto declinare l'invito. E devo dire che è stato un degno modo di concludere la stagione. I ragazzi di Pietralunga (Pg) e la loro associazione culturale organizzano da diversi anni questa manifestazione con un impegno davvero notevole. Un bel campo sportivo, un palco ed un impianto degno di manifestazioni "mainstream", tanta roba da bere e gente simpatica. Si può chiedere di più?
Sabato 2 agosto noi Bonnie Parkers siamo arrivati alle tre del pomeriggio, dopo una sosta a pranzo dove ci avevamo già abbondantemente dato dentro con il vino. Già fervevano i preparativi per la serata e tirava proprio una bell'aria. Non ho fatto in tempo ad ambientarmi, che già saliva sul palco il primo gruppo. Non mi ricordo il nome, ma facevano un discreto rock'n'roll. Poi è stata la volta dei Volgars da Senigallia, degli autentici "geni", dei Motorhead con testi demenziali in italiano. Cantante-chitarrista e bassista sono due fulminati assoluti, ma come hanno attaccato a suonare non ho potuto fare a meno di avvicinarmi al palco.
Un altro gruppo che mi è piaciuto tanto sono stati i Clients da Bologna. Avevo già parlato bene del loro demo sulle pagine di Be Nice to Mommy, e dal vivo hanno confermato l'ottima impressione. Suonano bene, sanno stare sul palco, non si concedono nè pause, nè cazzate. Fanno un bel punk-rock, non troppo derivativo, con nette influenze rock'n'roll.
Poi è stato il turno nostro. Abbiamo suonato bene, peccato per i tempi contingentati, e ci siamo divertiti parecchio perché, almeno sul palco, l'impianto spaccava. La cover di Born To Lose è servita anche a scuotere un po' il pubblico, il che fa sempre piacere. Alla fine tanta gente intorno, mai vista prima, che mi faceva i complimenti. Ho sempre l'impressione che a smuovere l'approvazione sia il fatto che tutti restano stupiti dal fatto di vedere un vecchiaccio come me fare il coglione così. Ma... 'sti cazzi. La mia in fondo è una lezione, no? Invecchiate pure, ma fatelo bene.
Dopo i Bonnie Parkers è stato il turno degli eroi locali Downpetersons, e stavolta la folla si è davvero scatenata. Marco, Diego e gli altri compari li avevo visti già un po' di tempo fa a Livorno quando suonammo insieme con i Turturros. L'impressione è che siano decisamente migliorati, mi hanno anche fatto sentire le ultime cose che hanno registrato (dovrebbe uscire presto un loro cd per un'etichetta italiana) e faccio loto i miei migliori auguri.
Da qui in poi ho ricordi molto confusi. La colpa è del bassista dei Volgars, che si è avvicinato mostrandomi sotto il giacchetto una bottiglia di Rhum Pampero. Ci siamo attaccati come fosse acqua minerale e piacevolmente alticcio mi sono avvicinato al palco dove stava per iniziare l'esibizione dei miei amici calabresi, gli immortali Meat For Dogs. Ho un debole per loro, trovo che siano forse l'unico gruppo che canta in italiano e scrive cose intelligenti. Eugenio mi ha anche dedicato quello che è il mio pezzo preferito, "Così Semplice", e che parla della nostra comune passione ("Mi sembrava impossibile, era quasi incredibile, che fosse così semplice, divertirsi con niente"). Ero così felice che ho deciso di dare un'altra bella sorsata al Rhum del "Volgare".
Non l'avessi mai fatto. Mi si è praticamente spenta la luce.
Mi dispiace per i vicentini Melt, che hanno chiuso il concerto (ma della loro esibizione non ricordo davvero nulla), ma da allora in avanti è stato un festival di abbracci, pacche sulle spalle, risate sguaiate e sigarette truccate che ci ha portato avanti fino a tarda notte, prima che tutti quanti venissimo condotti in una palestra-dormitorio dove erano stati sistemati un bel po' di materassi per il nostro definitivo svenimento.
Punk rock a parte, queste giornate mi piacciono anche tanto per il fatto di ritrovarmi insieme a gente "strana" come me. E così il party è proseguito il giorno dopo insieme ai ragazzi del posto e ai soliti Volgars: pranzo al ristorante e pomeriggio in pineta a finire di massacrarsi.
Bellissima storia. Un grazie a tutti quelli che per metterla in piedi ci hanno messo la loro fatica.
Finalmente ho partecipato al Pietrabumba Rock festival, dopo che per due edizioni avevo dovuto declinare l'invito. E devo dire che è stato un degno modo di concludere la stagione. I ragazzi di Pietralunga (Pg) e la loro associazione culturale organizzano da diversi anni questa manifestazione con un impegno davvero notevole. Un bel campo sportivo, un palco ed un impianto degno di manifestazioni "mainstream", tanta roba da bere e gente simpatica. Si può chiedere di più?
Sabato 2 agosto noi Bonnie Parkers siamo arrivati alle tre del pomeriggio, dopo una sosta a pranzo dove ci avevamo già abbondantemente dato dentro con il vino. Già fervevano i preparativi per la serata e tirava proprio una bell'aria. Non ho fatto in tempo ad ambientarmi, che già saliva sul palco il primo gruppo. Non mi ricordo il nome, ma facevano un discreto rock'n'roll. Poi è stata la volta dei Volgars da Senigallia, degli autentici "geni", dei Motorhead con testi demenziali in italiano. Cantante-chitarrista e bassista sono due fulminati assoluti, ma come hanno attaccato a suonare non ho potuto fare a meno di avvicinarmi al palco.
Un altro gruppo che mi è piaciuto tanto sono stati i Clients da Bologna. Avevo già parlato bene del loro demo sulle pagine di Be Nice to Mommy, e dal vivo hanno confermato l'ottima impressione. Suonano bene, sanno stare sul palco, non si concedono nè pause, nè cazzate. Fanno un bel punk-rock, non troppo derivativo, con nette influenze rock'n'roll.
Poi è stato il turno nostro. Abbiamo suonato bene, peccato per i tempi contingentati, e ci siamo divertiti parecchio perché, almeno sul palco, l'impianto spaccava. La cover di Born To Lose è servita anche a scuotere un po' il pubblico, il che fa sempre piacere. Alla fine tanta gente intorno, mai vista prima, che mi faceva i complimenti. Ho sempre l'impressione che a smuovere l'approvazione sia il fatto che tutti restano stupiti dal fatto di vedere un vecchiaccio come me fare il coglione così. Ma... 'sti cazzi. La mia in fondo è una lezione, no? Invecchiate pure, ma fatelo bene.
Dopo i Bonnie Parkers è stato il turno degli eroi locali Downpetersons, e stavolta la folla si è davvero scatenata. Marco, Diego e gli altri compari li avevo visti già un po' di tempo fa a Livorno quando suonammo insieme con i Turturros. L'impressione è che siano decisamente migliorati, mi hanno anche fatto sentire le ultime cose che hanno registrato (dovrebbe uscire presto un loro cd per un'etichetta italiana) e faccio loto i miei migliori auguri.
Da qui in poi ho ricordi molto confusi. La colpa è del bassista dei Volgars, che si è avvicinato mostrandomi sotto il giacchetto una bottiglia di Rhum Pampero. Ci siamo attaccati come fosse acqua minerale e piacevolmente alticcio mi sono avvicinato al palco dove stava per iniziare l'esibizione dei miei amici calabresi, gli immortali Meat For Dogs. Ho un debole per loro, trovo che siano forse l'unico gruppo che canta in italiano e scrive cose intelligenti. Eugenio mi ha anche dedicato quello che è il mio pezzo preferito, "Così Semplice", e che parla della nostra comune passione ("Mi sembrava impossibile, era quasi incredibile, che fosse così semplice, divertirsi con niente"). Ero così felice che ho deciso di dare un'altra bella sorsata al Rhum del "Volgare".
Non l'avessi mai fatto. Mi si è praticamente spenta la luce.
Mi dispiace per i vicentini Melt, che hanno chiuso il concerto (ma della loro esibizione non ricordo davvero nulla), ma da allora in avanti è stato un festival di abbracci, pacche sulle spalle, risate sguaiate e sigarette truccate che ci ha portato avanti fino a tarda notte, prima che tutti quanti venissimo condotti in una palestra-dormitorio dove erano stati sistemati un bel po' di materassi per il nostro definitivo svenimento.
Punk rock a parte, queste giornate mi piacciono anche tanto per il fatto di ritrovarmi insieme a gente "strana" come me. E così il party è proseguito il giorno dopo insieme ai ragazzi del posto e ai soliti Volgars: pranzo al ristorante e pomeriggio in pineta a finire di massacrarsi.
Bellissima storia. Un grazie a tutti quelli che per metterla in piedi ci hanno messo la loro fatica.
Bowling a Columbine
Chi ha rotto i coglioni sbandierando la tiritera dell'antiamericanismo a tutti i costi per criticare chi si è opposto alla guerra in Iraq, dovrebbe dare un'occhiata a Bowling a Columbine, il film documentario girato da Michael Moore. Chi vi scrive, tutto sommato, è da sempre stato un filo-americano, ma qui è necessario capirsi bene. C'è un'America che tutti noi apprezziamo, che è quella che ha anticipato il '68, che ha dato vita al rock'n'roll, alle pantere nere e a quelle bianche, alla ribellione giovanile e all'affermazione delle minoranze etniche. Ma c'è un'altra America, fatta di gente nei confronti della quale usare la parola "fascista" è davvero troppo poco.
Il film è rimasto poco nelle sale, ma lo trovate comodamente in affitto perfino dalla berlusconiana Blockbuster. Prende lo spunto dai fatti avvenuti al liceo Columbine, nel Colorado, dove nell'aprile del '99 due studenti entrarono armati ed ammazzarono dodici persone fra ragazzi e insegnanti, prima di suicidarsi a loro volta. Avevano in mano armi automatiche e proiettili acquistati nel magazzino K-mart all'angolo della strada. Tutto il documentario si interroga sul perché dell'ossessione tutta americana nei confronti delle armi da fuoco e sul fatto che negli Stati Uniti ogni anno ci sono oltre 11 mila delitti per armi da fuoco, un numero che non ha eguali in nessuna parte del mondo, anche facendo le dovute proporzioni sul numero degli abitanti. E va scoprendo questa america bianca e suburbana, che fa crescere i propri figli dentro case nei cui armadi si nascondono Uzi, fucili automatici e pistole 9 millimetri, solo per una presunta necessità di difesa... nei confronti di chi, non si sa. Poi i bambini trovano le pistole, le portano in classe e sparano. Il presidente Clinton esprime le condoglianze, proprio nello stesso giorno in cui gli Usa (con l'appoggio anche dell'Italia, al tempo governata da D'alema, tanto per non fare sempre la parte dell'anti-berlusconiana) fecero piovere sul Kosovo la più alta concentrazione di bombe mai usata in un conflitto e causando centinaia di morti fra i civili.
Chi ha rotto i coglioni sbandierando la tiritera dell'antiamericanismo a tutti i costi per criticare chi si è opposto alla guerra in Iraq, dovrebbe dare un'occhiata a Bowling a Columbine, il film documentario girato da Michael Moore. Chi vi scrive, tutto sommato, è da sempre stato un filo-americano, ma qui è necessario capirsi bene. C'è un'America che tutti noi apprezziamo, che è quella che ha anticipato il '68, che ha dato vita al rock'n'roll, alle pantere nere e a quelle bianche, alla ribellione giovanile e all'affermazione delle minoranze etniche. Ma c'è un'altra America, fatta di gente nei confronti della quale usare la parola "fascista" è davvero troppo poco.
Il film è rimasto poco nelle sale, ma lo trovate comodamente in affitto perfino dalla berlusconiana Blockbuster. Prende lo spunto dai fatti avvenuti al liceo Columbine, nel Colorado, dove nell'aprile del '99 due studenti entrarono armati ed ammazzarono dodici persone fra ragazzi e insegnanti, prima di suicidarsi a loro volta. Avevano in mano armi automatiche e proiettili acquistati nel magazzino K-mart all'angolo della strada. Tutto il documentario si interroga sul perché dell'ossessione tutta americana nei confronti delle armi da fuoco e sul fatto che negli Stati Uniti ogni anno ci sono oltre 11 mila delitti per armi da fuoco, un numero che non ha eguali in nessuna parte del mondo, anche facendo le dovute proporzioni sul numero degli abitanti. E va scoprendo questa america bianca e suburbana, che fa crescere i propri figli dentro case nei cui armadi si nascondono Uzi, fucili automatici e pistole 9 millimetri, solo per una presunta necessità di difesa... nei confronti di chi, non si sa. Poi i bambini trovano le pistole, le portano in classe e sparano. Il presidente Clinton esprime le condoglianze, proprio nello stesso giorno in cui gli Usa (con l'appoggio anche dell'Italia, al tempo governata da D'alema, tanto per non fare sempre la parte dell'anti-berlusconiana) fecero piovere sul Kosovo la più alta concentrazione di bombe mai usata in un conflitto e causando centinaia di morti fra i civili.
Thursday, August 07, 2003
La merda che trasuda dai juke-box
Essere appassionati di musica un po' fuori dalle convenzioni ti mette al riparo da tanta merda. Guardo poco la tv, non ascolto MAI la radio, non entro in un negozio di dischi "normale" probabilmente da più di un anno e non so ovviamente un cazzo di tutte le stronzate che riempiono le giornate di adolescenti o meno. Ma anch'io era destino che finissi in questo limbo orrendo. Ho passato due settimane al mare, quasi costantemente in compagnia di mio figlio di due anni, che come pausa dalla spiaggia ha ormai preso il vizio di correre davanti al juke-box dello stabilimento e restare lì incantanto per una buona ora. Ed io lì a sorbirmi la tortura. C'è questo coglione che si chiama Willy Young, del quale avevo letto grandi cose su un articoletto su Repubblica, che sta vendendo come uno spacciatore la sua versione di Light My Fire dei Doors, che è pressocché simile a quella che fece moltissimi anni fa Jose Feliciano. C'è la PFM (ahi... quanti ricordi di bambino!) che è caduta così in basso da fare una versione dance (!!!) di Voglio Vederti danzare di Battiato, c'è il gothic-finto-nu-metal per bambini degli Evanescence, più una lunga sequela di orribili motivetti latino-americani dai titoli improbabili e dai testi demenziali. Per salvarmi la vita metto sempre "Rebel Rebel" di Bowie e "Surfer Girl" dei Beach Boys (sono nel juke-box perché incluse in un paio di colonne sonore di film recenti), ma la gioventù del luogo mi guarda strano.
La gente poi si lamenta che non si vendono i dischi. Se ne producessero di dischi... il fatto è che quello che viene fuori adesso va bene giusto per il juke-box.
Essere appassionati di musica un po' fuori dalle convenzioni ti mette al riparo da tanta merda. Guardo poco la tv, non ascolto MAI la radio, non entro in un negozio di dischi "normale" probabilmente da più di un anno e non so ovviamente un cazzo di tutte le stronzate che riempiono le giornate di adolescenti o meno. Ma anch'io era destino che finissi in questo limbo orrendo. Ho passato due settimane al mare, quasi costantemente in compagnia di mio figlio di due anni, che come pausa dalla spiaggia ha ormai preso il vizio di correre davanti al juke-box dello stabilimento e restare lì incantanto per una buona ora. Ed io lì a sorbirmi la tortura. C'è questo coglione che si chiama Willy Young, del quale avevo letto grandi cose su un articoletto su Repubblica, che sta vendendo come uno spacciatore la sua versione di Light My Fire dei Doors, che è pressocché simile a quella che fece moltissimi anni fa Jose Feliciano. C'è la PFM (ahi... quanti ricordi di bambino!) che è caduta così in basso da fare una versione dance (!!!) di Voglio Vederti danzare di Battiato, c'è il gothic-finto-nu-metal per bambini degli Evanescence, più una lunga sequela di orribili motivetti latino-americani dai titoli improbabili e dai testi demenziali. Per salvarmi la vita metto sempre "Rebel Rebel" di Bowie e "Surfer Girl" dei Beach Boys (sono nel juke-box perché incluse in un paio di colonne sonore di film recenti), ma la gioventù del luogo mi guarda strano.
La gente poi si lamenta che non si vendono i dischi. Se ne producessero di dischi... il fatto è che quello che viene fuori adesso va bene giusto per il juke-box.